Fuga da Alcatraz

Fuga da Alcatraz

2 apr 2012

Uno degli adagi più in voga tra gli appassionati e gli addetti ai lavori del fumetto italiano vuole che i personaggi pubblicati negli ultimi anni dalla Sergio Bonelli Editore siano – al netto di ambientazione e genere – sostanzialmente tutti dei semplici investigatori. Lo stesso si può dire di Alcatraz, che sfrutta il nome della prigione più famosa del mondo per imbastire una serie di trame prettamente poliziesche a partire da un’idea fantascientica. Ma se dell’isola di Alcatraz si vedono praticamente solo aree inventate per l’occasione e l’idea fantascientifica non incide mai realmente nello sviluppo della storia, allora è chiaro che la serie non è altro che un poliziesco ben (?) mascherato. Ed è un peccato, perché sempre più spesso capita di vedere serie dalle premesse interessanti ma incapaci di sviluppare l’idea in modo da renderla avvincente per più di una manciata di puntate. E in questo senso Alcatraz è l’esempio perfetto.

Il 21 marzo 1963 la prigione di Alcatraz fu chiusa e i carcerati trasferiti in altri istituti penitenziari. L’idea da cui sono partiti quelli della Bad Robot di J.J. Abrams è che quella notte, in realtà, oltre 300 persone tra prigionieri e guardie siano scomparse nel nulla, per poi ricomparire uno alla volta nella San Francisco del 2012. La Fox ha creduto in questa idea effettivamente molto intrigante e ha mandato in onda la serie a partire dal 16 gennaio, ottenendo inizialmente un buon successo. I 10 milioni di telespettatori che hanno seguito il doppio primo episodio sono più di quanto fatto registrare nel settembre precedente dall’esordio di Terra Nova, stesso giorno e stessa ora di programmazione. Sette giorni dopo, però, è iniziata l’emorragia di spettatori. Emorragia fisiologica nel processo produttivo della tv statunitense, ma che nel caso di Alcatraz non s’è mai arrestata, tanto che nel giro di un mese e poco più la conferma per una seconda stagione era già in grave pericolo. I 10 milioni del primo episodio si erano infatti ridotti a meno di 6 per la puntata del 20 febbraio e a meno di 5 per il doppio finale di stagione del 26 marzo, meno della metà delle cifre iniziali, e la concorrenza dell’ennesimo talent show canoro non può essere certo una scusa valida. Gli spettatori che stavano seguendo lo show, semplicemente smettevano di seguirlo e il motivo principale ma non unico è quello detto all’inizio: si aspettavano un telefilm di fantascienza ambientato ad Alcatraz, ma si sono trovati davanti un poliziesco sulle strade di San Francisco.

Il non aver seguito il concetto di base non è comunque l’unico difetto della serie, e forse non è neanche il più grave. Le storie dei singoli prigionieri nella Alcatraz del 1963 sono spesso interessanti ma costrette in troppo poco tempo rispetto alla loro banale controparte morderna, i personaggi sono stereotipati e i rapporti che intessono tra loro praticamente inesistenti, i dialoghi tendono verso il ridondante e le rivelazioni della trama principale verso il ridicolo («Mio zio è davvero mio zio!»), l’aspetto fantascientifico non viene mai realmente sviluppato e il cardine attorno cui questo poteva ruotare viene spedito in coma nella seconda puntata. In più, accanto alla bellissima Sarah Jones c’è un Sam Neill impresentabile come il suo solito. Insomma, di cose di cui essere contenti ce n’è ben poche, e non ci si può certo stupire se il pubblico è scappato a gambe levate. Anzi.

Spesso capita che un network rinnovi una serie dopo una prima stagione deludente solo per evitare di dover fare una figuraccia cancellando tutte le sue nuove serie di quella stagione (ne hanno beneficiato i Visitors nel 2010, ad esempio), ma gli autori di Alcatraz non meritano questa possibilità, e se anche dovessero averla è molto improbabile che sappiano sfruttarla.


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