Sotto pressione

Sotto pressione

10 gen 2012

La storia del poliziesco è piena di investigatori poco affidabili, corrotti o disadattati. Anche John Luther trova il suo posto in questo universo del poliziotto non rassicurante, e riesce a stabilire un nuovo standard in materia. Tutti, nel suo dipartimento, lo considerano come un’autentica mina vagante e lo scrutano con una paura che non avrebbero per la maggior parte dei criminali comuni. E fanno bene: John Luther (il cui cognome dà il titolo alla serie) si trova sì costretto a combattere contro delle psicotiche menti criminali, un rivale in amore e il controllo degli affari interni, ma prima di tutto deve fare i conti con se stesso e i propri problemi.

Fin dall’inizio del primo episodio lo sceneggiatore Neil Cross gioca esplicitamente sull’ambiguità della figura di Luther: la natura del personaggio lo porta spesso a usare dei metodi brutali che lo pongono sul confine tra legge e criminalità, con esiti sì risolutivi, ma che si portano dietro un costo. Un prezzo che si paga spesso con la morte di qualcuno o con un piccolo pezzo della vita di Luther, condannato a un lento e doloroso percorso di autodistruzione fino al culmine del finale della prima stagione. Il pregio più grande della scrittura sta proprio nella natura quasi bipolare del suo eroe: da un lato il cervello superiore dell’investigatore, dall’altro l’irrazionalità e la depressione con cui il nostro non riesce ad affrontare la propria esistenza.

Il personaggio centrale è decisamente degno di nota (grazie soprattutto a un deciso Idris Elba), e anche la serie nel suo complesso merita un’occhiata attenta. Nonostante i comprimari siano fastidiosamente fatti con lo stampo del genere (il partner giovane e ingenuo-ma-non-troppo, il capo donna con gli attributi, l’ex-moglie e via dicendo), la struttura della puntata-tipo non si appoggia a un risaputo Who dunnit?. Anzi, quasi sempre l’identità del colpevole viene lasciata intuire piuttosto presto nel corso dell’episodio, evitando la prospettiva più facile e trasformando la vicenda in una caccia all’uomo. Questo permette di mettere in scena dei meccanismi di corsa contro il tempo decisamente efficaci, in grado di reggere una tensione molto alta per tutta la durata dell’episodio.

La seconda stagione in apparenza attenua i toni quasi esasperati del primo ciclo, proponendo un John Luther appena più padrone di se stesso e a capo di una squadra che lo appoggia in pieno. A guadagnarci è la qualità dei casi di puntata, che raddoppiano anche di durata (due sole storie, divise ciascuna in due episodi) e riescono a uscire dall’ordinario, puntando a un livello superiore. E se anche il finale può sembrare un po’ troppo rassicurante, la serie ha dimostrato come sia molto semplice spingere John Luther in un abisso di difficoltà pressoché infinite. È lecito quindi nutrire la speranza che la terza stagione riesca a mantenere i livelli di qualità fissati fin qui, complice anche un formato di serie, quello britannico, che vuole pochissime puntate all’anno e permette quindi una minore usura di personaggi e storie.


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15 commenti

  1. Plissken /

    Grazie per la dritta nevvero. Ultimamente ho una certa difficoltà a visionare serie “poliziesche” e d’azione degne di questo nome, anche se negli ultimi dieci anni vi è stato a mio personale avviso un notevole incremento della qualità. Non mi riferisco tanto ai pur validi “Lost” “CSI” “NCIS” ma a “The Wire” “OZ”, magari “Underbelly” e qualcosina di “Dexter”. Bocciato invece “24″ nonostante le enormi schiere di aficionados. Abbastanza interessante anche (l’unico) apporto europeo ad opera di Marchal con il suo crepuscolare “Braquo”.

    Il problema è che avendo visionato la serie “The Shield” fino ad ora non sono riuscito a trovare nessun altro lavoro che vi si possa accostare in termini di qualità di soggetto, di sceneggiatura e “filmica” inteso in tutti i suoi aspetti, dalla recitazione alle tecniche di ripresa e montaggio e così via.

    Stento perfino a trovare sulle opere in tema per il grande schermo qualcosa da equiparare a detta serie, che a mio avviso ha raggiunto lo stato dell’arte così come per i grandi film polizieschi.

    Cercherò di recuperare se possibile gli episodi di questo “Sotto pressione” anche se d’istinto tenderei a pensare che non possa raggiungere le vette della serie poc’anzi menzionata; spero sia a causa del mio solito pessimismo…

    P.S.: se qualcuno della redazione ha visionato “The Shield” sarei curioso di conoscerne le impressioni… giusto per sapere con chi abbiamo a che fare, he he he… !-)

  2. Enrico Sacchi /

    Grazie a te per il commento in quanto involontariamente mi hai fatto notare una piccola mancanza della recensione: l’articolo è intitolato “Sotto pressione”, ma il nome della serie è “Luther” come il nome del protagonista. Vista la popolarità di cui questa serie ha goduto negli ultimi mesi, l’avevo dato per scontato, e ho fatto male.
    “The Shield” è effettivamente superiore a “Luther” (che ogni tanto incappa in qualche cosa di già visto), ed è sicuramente una delle serie di genere più riuscite ed apprezzate degli ultimi anni.
    Se dobbiamo restare sul poliziesco, io personalmente ritengo ancora superiore “The wire” perché è più realistico e fa meno concessioni ai suoi protagonisti.
    Per le altre serie, non sarei così severo con “24″: è un’idea interessante e dalla scrittura molto compressa. Il problema è che si tratta di un’idea che era quasi insensato ripetere già per una seconda stagione, figuriamoci tutte quelle che han fatto…
    Quasi tutte le serie che citi all’inizio sono molto importanti e ben riuscite, fanno tutte parte di un grande rinnovamento della televisione americana avvenuto negli ultimi 8 – 12 anni. È grazie a tutti questi esperimenti e anche a quelli meno riusciti, che possiamo avere la ricchezza e la varietà della televisione di oggi.

  3. Plissken /

    Sono io che avrei potuto intuire che il titolo dell’articolo fa riferimento allo status del protagonista, nessun problema. Purtroppo non conosco detta serie ma proprio per questo mi ha fatto piacere scoprirne l’esistenza in questa sede :-)

    Riguardo “Wire” e “the Shield” sono anche a mio avviso le due migliori serie in assoluto, ma anche se the Wire ha in effetti connotazioni lievemente più realistiche, la mia preferenza cade appunto su Vic & Company in quanto oltre a trovare più interessante lo script in generale sono rimasto letteralmente incantato dal dinamismo riferito allo “specifico filmico” (se mi si consente il termine), mentre in “The Wire” a mio personale avviso fa difetto una certa staticità, caratteristica sì voluta e da annoverare in positivo tra le peculiarità della regia, ma che diviene però a volte eccessiva per i miei gusti personali.
    Non sono sicuro delle maggiori concessioni ai protagonisti di Shield, in quanto alla fine della quinta stagione se ben ricordi…

    Riguardo “24″ probabilmente mi è capitato di visionare episodi di stagioni successive alla prima, forse per questo non ne sono rimasto coinvolto, anzi tutt’altro. Proverò a recuperare la prima stagione in quanto mi fido senz’altro del tuo giudizio.

    Chiedo venia per le divagazioni, ma non avendo in genere possibilità di disquisire di queste cose con persone competenti in materia tendo a dar sfogo ad una sopita logorrea… starei ore a chiacchierare su queste serie televisive.

  4. Inserire il titolo della serie nell’articolo sarebbe stato meno facile di quanto sembra perché essendo il cognome del protagonista avrebbe rischiesto una modifica sostanziale al testo per evitare ripetizioni. Io non l’ho fatta perché in coda ci sono le tag e una è la stazione che trasmette la serie e l’altra il titolo…

    A proposito di polizieschi, consiglio senz’altro di recuperare la vecchia “Homicide”, dello stesso team pensante di “Oz”, poliziesco vecchio stile ma molto diverso dal solito.

  5. Plissken /

    “Anche il protagonista John Luther (il cui cognome dà il titolo alla serie) trova il suo posto in questo universo del poliziotto non rassicurante…” Et voilà, he he he… (lol)

    Ti ringrazio molto per la segnalazione inerente “Homicide”: anche se venero l’innovazione di “the Shield” mi aggradano assai anche le serie di stampo più “classico”, tra l’altro come dici rinnovate visto il team da cui scaturisce il tutto.

  6. Plissken /

    Ho visto i primi due episodi. L’impressione che ne ho avuto e che sono pronto a rimangiarmi senza remore più avanti, è di un buon prodotto senz’altro, anche se privo della carica innovativa di alcune serie menzionate precedentemente. Mi sembra abbia uno schema classico, con qualche elemento più “hard” che non sempre riesce ad integrarsi in toto.

    Probabilmente però è troppo presto per formulare un giudizio valido: l’episodio pilota e/o i primi solitamente sono ancora “di studio”. Comunque sia, invoglia ad andare avanti e questa è una cosa positiva assai, evviva.

  7. Trattandosi di una serie a stagione breve, non penso si possano fare gli stessi discorsi (già sbagliato come concetto, tra l’altro) che si fanno con le serie statunitensi a 22 puntate stagionali. Qui non ci si può permettere di avere due-tre puntate solamente introduttive, perché si è già a metà del cammino.

  8. Plissken /

    Cassani, magari il concetto sarà sbagliato, ma non è detto necessariamente che gli autori non cambino pur lievemente “registro” man mano che la serie prosegue. Può capitare perfino in qualche film che vi siano differenze tra la parte iniziale e finale.
    Comunque rimane solo una impressione personale… onestamente è già tanto che mi senta invogliato a proseguire nella visione, da qui appunto l’espressione di gaudio.

  9. Sì, sì: è chiaro che un aggiustamento in corsa è praticamente sempre necessario, sia per proporre qualcosa di nuovo ogni settimana sia perché magari gli autori hanno avuto idee nuove migliori di quelle precedenti, sia magari per rispondere agli ascolti delle puntate già andate in onda (per quanto in genere le serie inglesi siano girate interamente prima della messa in onda).
    Quello che è sbagliato è il concetto che hanno a Hollywood (e che la critica televisiva statunitense e italiana si è sempre bevuta alla grande senza mai ragionarci sopra), che a una nuova serie bisogna dare almeno tre puntate prima di farsi un’idea. E’ un concetto sbagliato perché il pubblico non ragiona così, basta vedere il calo di ascolti di qualunque nuova serie tra la prima e la seconda puntata, e poi nella terza. Vuol dire che il pubblico va convinto ogni settimana a sintonizzarsi nuovamente con quella serie, fin dall’inizio, perché il pubblico non aspetta, non ti lascia tempo: o lo convinci subito o lo perdi.

  10. Plissken /

    Ah si, sono assolutamente d’accordo. Credo che già alla prima puntata il pubblico abbia, consapevolmente o meno, dato il suo giudizio ad una serie televisiva. Partire con il piede sbagliato è già indice di un mezzo fallimento, ma credo che anche ad hollywood qualcosa stia cambiando in questo senso, ovvero si presti più attenzione all’episodio pilota.

    Purtroppo il problema per quanto sia ovvio rimane l’opposto: dopo ottimi/buoni episodi iniziali non è raro trovarsi dinnanzi a paurosi cali nella sceneggiatura e nella regia. L’esempio più eclatante a mio personale avviso è la serie “Dr. House”, partita secondo i miei personali gusti benissimo, con Laurie in stato di grazia. Gli autori invece hanno voluto poi evidenziare (davvero stupidamente) gli aspetti più “bizzarri” inerenti il carattere del protagonista, rendendolo una macchietta quasi irritante.

    Lo stesso discorso vale ad esempio, pur se ad un livello inferiore, per la serie “No ordinary family” (che, ammetto, ho cominciato a guardare per la presenza di Michael Chiklis): nonostante il soggetto facesse presagire chissà quali catastrofi, essa era partita bene, fermo restando al puro aspetto ludico. Da metà stagione in poi invece, la solita tendenza all’esagerazione ha portato la serie ad un livello insulso.

    Meglio pochi, ma buoni… :-)

  11. Credo che in questo senso sia emblematica la parabola di “Heroes”, che ottenne ottimi ascolti con la splendida prima stagione, poi prese una strada diversa e fronteggiò un crollo pauroso nel rating, salvato solo dalla sospensione causata dallo sciopero degli sceneggiatori. Per la terza stagione gli autori tentarono di tornare sui loro passi ma ormai il danno era fatto.
    Comunque al pilot Hollywood ha sempre prestato grande attenzione, non foss’altro che è l’episodio che si usa per convincere i dirigenti della stazione televisiva ad acquistare la serie. Il problema è proprio questo, ossia che non prestano sufficiente attenzione su come la serie proseguirà. Ci sono però anche pilot costruiti in maniera assolutamente sbagliata, come quello di “The Event”, che inserisce l’elemento fantascientifico che sta alla base della serie solo nell’ultima inquadratura e totalmente a sorpresa, col risultato di farsi mandare a quel paese dagli spettatori invece di interessarli.

  12. Plissken /

    Ieri sera ho finito di visionare la prima stagione. Giusto per due chiacchiere confermo il personale giudizio positivo, anche se a mio avviso la qualità non si mantiene costante in tutti gli episodi ma risulta altalenante. Non credo che questa serie possa essere equiparata a “quelle” statunitensi di cui sopra, ma risulta senz’altro interessante, nonostante talune piccole ingenuità a volte riscontrabili nella sceneggiatura.
    Tornando al discorso dei cambiamenti a volte verificabili nelle serie televisive man mano che vanno avanti, mi è parso di notare negli ultimi due episodi una certa ricerca di maggiore “dinamismo”.
    Concordo con il Sacchi sull’indubbia padronanza scenica di Idris Elba, anche se personalmente ho trovato la voce italiana, pur se adeguata nella timbrica, non molto espressiva.
    Concludendo, sono più che contento di aver preso visione della serie; mi ha divertito a differenza di altre più blasonate (CSI, NSIS, ecc.) di cui riconosco il valore intrinseco ma che per i miei gusti assumono valenza soporifera.

    Appena posso comincio con la seconda stagione, così vi logoro ancora un po’con le mie, ahem, “elucubrazioni”… :-)

  13. Enrico Sacchi /

    È abbastanza naturale che ci si affezioni di meno ad una serie che dura appena 6 episodi (più i 4 della seconda): si ha meno tempo di legare con i personaggi e di sentirli vicini. Peccato, quello sì, che effettivamente non tutti gli episodi siano sullo stesso livello.
    Per quel che riguarda gli ultimi due episodi della prima stagione, li apprezzati molto, perché entrano maggiormente nella vita privata di Luther e alzano la tensione in un modo sì prevedibile, ma molto efficace. Tra l’altro, il ribaltamento del personaggio dell’amico è stata una mossa molto furba, che ha tolto un grosso appiglio al protagonista. Peccato solo che il personaggio del traditore lo abbiano poi spinto così tanto sull’isterico.
    Io non ho idea di come sia stato fatto il doppiaggio italiano, ma consiglio comunque la serie (come qualsiasi altra) in lingua originale.

  14. Plissken /

    Piacerebbe anche a me poter visionare film e/o serie tv in lingua originale, purtroppo però il mio inglese “scolastico” non mi consente di farlo. :-)

    Anche a me l’idea dell’amico “traditore” è piaciuta molto, complice la fisionomia dello stesso che induce a percepirlo come un classico “buono”. A dirla tutta poi, una delle cose che ho apprezzato di più è stata quella sorta di “amicizia”, o meglio quello “strano” rapporto che intercorre tra Luther e la Lady killer, personaggio costruito abbastanza bene a cui forse avrebbe giovato ancora maggior cattiveria: spero che nella seconda stagione non divenga troppo “simpatica”. E’interessante come due persone all’estremo in effetti su alcuni punti tendano ad incontrarsi… .

    Comunque per quel che mi riguarda i soli sei episodi sono stati sufficienti per entrare in sintonia con il personaggio, tanto che appunto ho deciso di visionare anche la seconda stagione.

    A risentirci magari, intanto… grazie per la chiacchierata. :-)

  15. Plissken /

    Ho finito di visionare anche la seconda stagione; debbo dire che ero convinto di trovarmi di fronte ad un calo generale della qualità, anche basandomi sull’ipotesi che la “verve” riscontrabile negli ultimi due episodi della prima stagione potesse essere di natura occasionale. Niente di più falso invece poiché (almeno a mio parere) la seconda stagione si è rivelata migliore dela precedente.
    Il personaggio ha perso parte delle (poche) caratteristiche negative che gli imputavo precedentemente (qualche “crisi isterica” di troppo…) ed è stato sviluppato con maggiore coerenza.
    Da notare secondo me come a differenza dei protagonisti delle serie americane Luther, nonostante la mole e la prestanza fisica, risolva le questioni esclusivamente mediante l’intelletto dimostrando assai scarsa propensione anche verso la difesa personale laddove se ne presenti la necessità. Una scelta piuttosto inusuale in una serie di questo tipo, che ho trovato molto interessante.
    Rispetto alla prima stagione inoltre ho riscontrato una ancora maggior cura nei soggetti e sceneggiatura, oltre ad un maggior dinamismo di carattere generale. Peccato che il tutto abbia avuto sviluppo in soli quattro episodi, comunque tornando ai precedenti discorsi, “meglio pochi ma buoni”, appunto.
    Spero venga messa in cantiere una terza stagione.

    Ringrazio ancora per la “dritta”: a tutt’oggi, oltre che in questa sede, non ho avuto modo di leggere nulla riguardo questa serie.

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