La magia è un’illusione

La magia è un’illusione

14 nov 2012

C’era una volta – Once Upon a Time, la serie che nella scorsa stagione ha occupato la domenica sera della ABC, si inserisce in un filone piuttosto in voga negli ultimi anni: quello del recupero e della rilettura delle fiabe più tradizionali. Addirittura, per una curiosa combinazione, inizia a essere trasmessa quasi in contemporanea con Grimm della NBC, una serie piuttosto deludente che parte da premesse molto simili. Laddove quest’ultima punta su atmosfere da poliziesco dark, Once Upon a Time abbraccia in modo più ovvio l’enorme immaginario offerto dalla storica produzione Disney (gruppo da cui dipende la stessa ABC) e cerca di costruirvi intorno un grande mistero seriale.

La storia principale vuole che nell’anonima cittadina di Storybrook siano radunati tutti i personaggi del regno delle fiabe, da Biancaneve a Cappuccetto Rosso, privati della loro memoria da una maledizione e convinti di essere delle persone normali. Così almeno sostiene il piccolo Henry, figlio adottivo del sindaco di Storybrook, che decide di rintracciare Emma Swan, la sua madre biologica. Il ragazzino vuole che quest’ultima lo aiuti a spezzare la maledizione, ma lei stenta a dargli retta. Emma decide ugualmente di fermarsi per qualche tempo a Storybrook, se non per combattere qualcosa in cui non crede, per conoscere meglio suo figlio.

La struttura scelta è quella di Lost, precedente banco di prova per gli sceneggiatori Edward Kitsis e Adam Horowitz, qui promossi a showrunner: in ogni puntata assistiamo quindi a un progresso nella trama principale in cui un determinato personaggio gioca un ruolo chiave, mentre dei flashback ci mostrano un’altra storia del suo passato. La differenza tra le due serie sta nel fatto che i sopravvissuti di Lost si incrociavano piuttosto poco nel passato, e quei flashback servivano essenzialmente a mostrare alcuni aspetti delle loro personalità. Qui invece il passato è quello del regno delle fiabe, dove convivono tutti i protagonisti, e in ogni episodio si salta avanti e indietro nel tempo per vedere un pezzo diverso di una storia che li vede tutti collegati: la storia appunto, della maledizione e della fine del regno delle fiabe.
Una scelta potenzialmente interessante si rivela in realtà controproducente: il continuo saltare avanti e indietro nel tempo crea confusione e rovina in parte la fruizione delle storie stesse, anticipando i finali dei singoli personaggi. Nonostante ciò, la parte nel passato è anche la migliore di Once Upon a Time, poiché molte delle storie vengono rivisitate con la giusta dose di ironia e con un linguaggio che strizza l’occhio al contemporaneo. Quella che dovrebbe essere la storia principale, invece, procede troppo a rilento e in modo scostante per risultare appassionante quanto dovrebbe essere.

La creatura di Kitsis e Horowitz è in sostanza una serie dalla natura profondamente derivativa e contraddittoria, dove i personaggi che vi sono stati immersi sono più interessanti dei racconti in cui si trovano. Se la scarsa qualità della computer grafica che anima il regno delle fiabe si può accettare come un necessario compromesso (la prima stagione è pur sempre composta da 22 episodi), è difficile passare sopra a cose come la piattezza degli unici personaggi che non provengono dalla tradizione letteraria (Emma ed Henry), le svolte narrative degne della soap più improbabile e l’inconsistenza generale del racconto. Once Upon a Time è a conti fatti, un’operazione confezionata in modo piacevole ma i cui contenuti non possono convincere un pubblico che vada oltre la superficie.


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