Una generazione di assassini

Una generazione di assassini

16 mar 2011

La guerra… La guerra non cambia mai. E non cambiano mai neppure i Marines, che anche in Iraq sono sempre macchine assetate di sangue che pregano per poter combattere e adorano l’odore del napalm la mattina. Ciò che cambia è il modo in cui il cinema e la televisione presentano e soprattutto rappresentano la guerra. Tratto dall’omonimo libro scritto dall’inviato di Rolling Stone Evan Wright (qui interpretato dal bravo Lee Tergesen, ben noto agli spettatori di Oz), Generation Kill racconta in 7 puntate  la seconda Guerra del Golfo, dall’inizio dell’invasione statunitense fino alla conquista di Baghdad. E grazie proprio alla sua serialità può permettersi di raccontarla in maniera inedita, prendendosi il giusto tempo per mostrare non solo ciò che accade durante le missioni, ma soprattutto cosa succede nei lunghi momenti che precedono l’entrata in azione.

Girata in Africa nel 2007, la serie si concentra sul percorso del I° battaglione di esploratori dei Marines, mostrandone la truppa come anche gli ufficiali. Proprio gli ufficiali sono le uniche figure banali di tutto il lotto, con la loro incompetenza e la loro fama di gloria ad ogni costo. Per il resto le sceneggiature di David Simon e Ed Burns evitano con abilità gli stereotipi e riescono a non essere troppo prevedibili pur passando necessariamente attraverso tutte le tappe fondamentali dell’operazione Iraqi Freedom. I due disegnano personaggi vivi e interessanti e riescono a spiegare agli spettatori i dettagli della guerra senza mai farli sembrare una lezioncina didattica. Tra difficoltà nell’ottenere cibo e attrezzature e missioni pensate male e gestite peggio, gli autori ci mostrano come ragionano i soldati di truppa e quanto difficile è la situazione in cui si trovano, per poi arrivare a farci capire quanto sia diverso l’addestramento dall’azione vera e propria e quanto è complesso gestire i rapporti con gli indigeni in una guerra come quella.

Diretti dai britannici Susanna White (1-3/7) e Simon Cellan Jones (4-6), gli episodi alternano con sapienza l’azione frenetica delle missioni con lunghi dialoghi nelle fasi di preparazione. E se i dialoghi sono sempre interessanti, le scene d’azione lasciano spesso col fiato sospeso. In particolare, è davvero impressionante l’assedio del ponte mostrato nel quinto episodio, ma lungo tutta la serie ogni volta che si apre il fuoco l’azione si fa adrenalinica come non succedeva dai tempi del Soldato Ryan. Non è però solo la forza delle scene d’azione che rende eccezionale Generation Kill, è tutto l’insieme: la capacità di raccontare compiutamente  e in maniera interessante un argomento complesso e variegato come questo. E di sorprendere dalla prima all’ultima puntata.


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2 commenti

  1. Alessandro /

    In Italia è mai passato?

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