Morti viventi e serializzati

Morti viventi e serializzati

5 apr 2011

Ecco, ci mancavano solo gli zombi. Senza cattiveria, s’intende. In un momento in cui le storie migliori, o almeno più ambiziose, sembrano essere ospiti della televisione via cavo e sul grande schermo si insiste in un riciclo di miti e personaggi sicuri, ecco emergere The Walking Dead. La serie curata da Frank Darabont arriva dopo il tentativo abortito di Babylon Fields sulla CBS, ma ha alle sue spalle un apprezzato fumetto e soprattutto una rete che negli anni si è costruita un nome per quanto riguarda la produzione seriale di qualtà: Breaking Bad e Mad Men sono titoli che parlano da soli. Rete che si trova, qui, ad affrontare un piccolo banco di prova, quello di un progetto ad alto budget, pensato per un pubblico decisamente più vasto dei titoli citati.

Ci troviamo di fronte a un serial, la storia dei pochi sopravvissuti in continua fuga da inarrestabili orde di non morti attraverso un paesaggio che ricorda un nuovo e apocalittico far west. È assolutamente naturale, dopo la descrizione di questo scenario, avere una forte sensazione di déjà-vu, ma è proprio questa la forza e insieme il punto debole della prima stagione  di The Walking Dead: essere una versione serializzata di un film di zombie. Coerentemente con le intenzioni della rete alla ricerca di un big hit, questa è una serie dall’impianto piuttosto classico, che nel primo episodio si serve della figura del ranger Rick Grimes (un ottimo Andrew Lincoln) per mostrarci lo stato delle cose e le reazioni basilari di un essere umano minimamente dotato di cervello e spina dorsale. Insieme a quest’ottica quasi sociologica, si ha anche una presentazione perfetta di quello che diventerà un eroe tra i sopravvissuti, forse un personaggio meno problematico di quanto la televisione recente abbia offerto, ma comunque inserito perfettamente nel quadro e in una delle più belle scene degli ultimi anni: la solitaria entrata a cavallo nella città di Atlanta.

Già dal secondo episodio, le reali dimensioni dell’esercito di morti viventi si mostrano in tutto il loro orrore e il protagonista trova una prima, piccola comunità di sopravvissuti cui legarsi. Da qui in avanti inizia quella panoramica su differenti esemplari di esseri umani che secondo molte analisi rappresenta il vero cuore di The Dalking Dead, quel qualcosa in più che eleva la serie dalla narrazione nuda e cruda degli eventi. Qui, purtroppo, nasce la più grande contraddizione della serie: il voler soffermare lo sguardo su figurine umane che non sono in grado di reggerlo.

Negli episodi dal terzo in poi, dopo l’epica fuga di gruppo da Atlanta, si assiste a una serie di situazioni piuttosto sedute o forzate, volte principalmente ad aumentare lo spessore di personaggi altrimenti schiavi della loro funzione all’interno del gruppo. Se una definizione superficiale dei personaggi può essere abituale in tanti film dell’orrore, qui è decisamente meno sopportabile vedere brutti ricalchi di stereotipi come “quello violento ma destinato a soccombere” – interpretato non a caso da Michael Rooker – o “l’amico infido”. A rendere un’idea di ciò basterebbe la figura di Dale, uno dei sopravvissuti che formeranno il gruppo definitivo di fuggiaschi. Dale rappresenta uno dei “vecchi simpatici saggi” più approssimativi e irritanti mai visti. Non si tratta di un problema di attori, più che validi, quanto di un deludente disegno degli archi narrativi, in generale già visti e talvolta fiacchi. Vero è che sarebbe stato difficile dare un’identità vera e propria a tutti i personaggi in soli sei episodi, ma in questo modo difficilmente può importare allo spettatore se l’uno o l’altro dei sopravvissuti sarà sbranato o meno dai morti viventi. Difetto questo, peraltro, comunissimo a una cifra di pellicole dell’orrore, e che forse non disturberà più di tanto gli appassionati del genere.

Se si cerca solo il genere, comunque, la serie offre un intrattenimento validissimo nonostante le sue contraddizioni, grazie aduna realizzazione tecnica di ottimo livello e delle scene d’azione esaltanti. Ora resta da vedere quale sarà il futuro dei superstiti: dopo un finale di stagione piuttosto brusco e irrisolto, per la seconda stagione il team di sceneggiatori sarà interamente rinnovato e il numero di episodi raddoppiato. Se i personaggi, come promettono le dichiarazioni della rete, saranno maggiormente approfonditi, The Walking Dead potrà sicuramente sollevarsi dal livello in cui si trova ora, e la prospettiva potrebbe essere interessante. In altre parole: sono stati serviti gli stuzzichini, la griglia è stata accesa, ora ci aspettiamo il piatto di carne, quello vero. Carne umana, s’intende.


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5 commenti

  1. WarezSan /

    “The Walking Dead potrà sicuramente sollevarsi dal livello in cui si trova ora”

    Forse abbiamo visto un serial differente.

    Io ho visto un capolavoro, con una fotografia eccezionale e delle trovate uniche.
    Potrei scrivere centinaia di caratteri a supporto delle mie argomentazioni non fosse che devo scappare al lavoro. :P

  2. Enrico Sacchi /

    Non penso che il livello cui si trova “The Walking Dead” sia malvagio, anzi.
    La parte tecnica è notevole, degna del progetto che dovrebbe essere, ed anche dopo il pilota di Darabont, le diverse regie si mantengono di buon livello.
    Solo trovo che la serie nel complesso si sia rivelata più comune rispetto all’evento che doveva essere secondo la promozione. Ha potuto figurare molto bene, secondo me, anche perché al momento non mi vengono in mente altre serie con gli zombi attualmente in onda, per cui ha potuto colmare un vuoto.
    Aspetto volentieri le tue argomentazioni, è una serie di cui comunque vale la pena parlare.

  3. A me non vengono in mente neanche nel passato, serie tv dedicate agli zombi. Ci sono stati numerosi episodi di serie antologiche sugli zombi, così come cartoni animati giapponesi con gli zombi, e persino quel certo videoclip con quel certo cantante, ma serie interamente dedicate agli zombi non me ne vengono proprio in mente. Credo dipenda anche da questo, la grande campagna stampa creatasi attorno a Walking Dead, ma non si può far finta che non esistano tutti i film che sono stati realizzati sull’argomento…

  4. Enrico Sacchi /

    In verità c’è stata pochissimi anni fa “Dead set”, ma era di un genere completamente diverso, e di sicuro non cercava lo stesso respiro epico che “The Walking Dead” ha, o vorrebbe avere, a seconda dei pareri.
    Per molti versi, poi, anche questa serie di Darabont è quasi un unico filmone in un poche puntate, e questo non gioca a favore della sua originalità…

  5. Uhm… “My Little Eye” con gli zombi… Non l’avevo mai sentita, “Dead Set”.

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