Un giornalista tra elfi e palloncini

Un giornalista tra elfi e palloncini

22 nov 2011

Qualcuno, tra coloro che hanno passato una discreta parte del loro tempo tra telefilm e fumetti, oggi è addirittura pagato per scrivere di entrambe le sue passioni. E, qualche volta, passa ancora il suo tempo a visionare sit-com, serial, comics e graphic novel, ritardando la consegna degli articoli e accampando l’alibi della “documentazione professionale”. Questi strani personaggi vivono in una terra di mezzo tra la realtà comune agli altri esseri umani e quella costruita dalla stratificazione di ciò che hanno visto e letto. Per questo, quando qualche direttore di testata, giustamente, perde la pazienza per i loro ritardi nelle consegne, ecco che agli occhi di questi collaboratori il direttore viene automaticamente associato a qualche personaggio apparso sul piccolo schermo o in qualche pagina stampata. E sono due le immagini che saltano subito alla mente: il primo è un uomo dalla severità sovrcaccaricata, che sfiora il macchiettismo, con i capelli corti e sempre a posto, un paio di baffi vagamente nazisteggianti e un sigaro tra i denti. Il secondo è un tizio dalla fronte ampia e le orecchie altrettanto ampie, che ricorderebbero una buffa scimmia, se non fosse che sarebbe decisamente sconsigliato ridergli in faccia. Il primo si chiama J. Jonah Jameson, ed è il direttore del Daily Bugle, che combatte una personale crociata pluriennale contro L’Uomo Ragno. Il secondo è invece Lou Grant, dapprima assunto presso il telegiornale del network WJM e poi caporedattore del Tribune, rispettivamente nella serie Mary Tyler Moore e poi nel suo spin off Lou Grant. I due personaggi hanno un minimo comun denominatore, oltre a quello di lavorare nello stesso ambito: si chiama Edward “Ed” Asner. L’attore ha infatti prestato la voce al direttore del Bugle nella serie animata di Spider-Man degli anni Novanta, ma certo è più celebre per aver dato voce ma anche volto a caporedattore del Tribune.

Un personaggio decisamente polivalente, se si pensa che un’altra delle sue interpretazioni più celebri è quella dello schiavista dubbioso nella miniserie televisiva del 1977 Radici. E il 1977 è proprio l’anno di un esperimento che ha ben pochi precedenti (ma che peraltro avrà anche pochissimi successori): prendere il comprimario di una serie brillante (il Mary Tyler Moore Show) e renderlo protagonista di una serie dai toni invece più realistici. Un azzardo, certo, ma una scommessa vinta. Vero, si puntava su un cavallo di razza, né un ronzino né un promettente e giovane puledro. Il buon Asner in effetti non si può definire l’emblema del successo precoce: nato il 15 novembre 1929 a Kansas City, raggiunge il picco di notorietà tra i quaranta e i cinquant’anni. In gioventù Asner è anche un buon giocatore di football e di basket. Negli anni Cinquanta si trasferisce a Chicago, dove per un breve periodo fa parte del Playwrights Theatre Club, fino a che si trasferisce di nuovo, stavolta a New York, per tentare la fortuna a Broadway.
Alla fine del decennio inizia a fare qualche apparizione in televisione. Gli anni Sessanta lo vedono iniziare anche una solida carriera di attore cinematografico: nel 1965 recita per John Sturges in Stazione 3: Top Secret, due anni dopo per il grande Howard Hawks in El Dorado. Nel bienno 1970/1971 interpreta I sentieri della rabbia e Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs, dove al suo fianco c’è gente come Jeff Bridges, Martin Landau e Sidney Poitier.
È però sul piccolo schermo che dà vita al personaggio a cui resterà legato per più tempo e a cui intreccerà per sempre la sua immagine. In The Mary Tyler Moore Show, infatti, l’assistente produttore protagonista della serie ha un capo all’apparenza burbero eppure a suo modo molto dolce. Il suo nome è Lou Grant, e col passare degli episodi si dimostra uno degli alleati più fedeli di Mary. Non solo: si rivela anche uno dei personaggi più apprezzati dal pubblico, tanto da meritarsi, appunto, una sua serie personale. Asner interpreta un giornalista coraggioso, tenace, sempre alla ricerca della verità e della giustizia. Insomma, qualcosa di molto vicino a come è l’attore nella vita di tutti i giorni. È infatti molto impegnato socialmente e politicamente. E i temi di cui si occupa nella vita fanno spesso capolino negli episodi della serie: abusi infantili, aborto, la piaga dei rifugiati vietnamiti e la difficile vita dei senzatetto sono tra gli argomenti presi in esame.
La serie si chiude dopo cinque anni e dopo una gragnola di premi (13 Emmy Awards, di cui due assegnati proprio ad Asner; nella sola stagione 1979-80 il serial ha ricevuto ben 15 nomination agli Emmy, aggiudicandosene 6). Pare che la chiusura sia dovuta al calo dell’audience, ma qualcuno ritiene che a causarla siano state invece delle idee troppo liberal del protagonista e dell’attore che lo interpreta. Per non smentirsi, nel 1991 Asner fa parte del cast del barricadiero JFK – Un caso ancora aperto di Oliver Stone. A ricordarci la sua versatilità sono però le intepretazioni date nel ruolo di Babbo Natale in Elf di Jon Favreau e – un anno prima – nell’italianissima produzione Papa Giovanni, in cui interpreta proprio il sommo pontefice. A farla scoprire ai tanti giovani che ancora non la conoscevano, è invece il ruolo di protagonista nell’acclamato cartone della Pixar Up, che ha inaugurato il Festival di Cannes nel 2009.


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