Un'ombra bianca sul mondo della tv

Un'ombra bianca sul mondo della tv

20 gen 2012

Provate a pensare a quali importanti temi sociali la televisione seriale statunitense abbia affrontato o anche solo sfiorato negli ultimi anni. Droga, razzismo, omosessualità, violenza nelle strade… In misura minore alfabetizzazione, alcolismo, gravidanze giovanili e malattie veneree, inserimento dei disabili nella società… Molti di questi temi, e altri ancora, sono stati toccati per la prima volta in televisione in una serie andata in onda sulla CBS tra il novembre 1978 e il marzo 1981: The White Shadow. I pochi telespettatori italiani che la videro nei pomeriggi di Italia 1 qualche anno dopo se la ricordano con il titolo di Time Out.

Creata da Bruce Paltrow su suggerimento del protagonista Ken Howard, all’epoca reduce dall’insuccesso della serie poliziesca The Manhunter, Time Out raccontava la storia di un giocatore dei Chicago Bulls costretto al ritiro a causa di un infortunio al ginocchio che accetta la proposta di un amico, preside di una piccola scuola superiore nella periferia di Los Angeles, di diventare l’allenatore della squadra di basket del liceo. Pur tenendo la pallacanestro come base di partenza per ogni singola puntata, la serie girava in realtà soprattutto attorno al rapporto tra l’allenatore – bianco e di buona famiglia – e i suoi giocatori – adolescenti difficili per lo più neri, ma anche italo-americani e ispanici – e ai problemi che questi avevano nell’affrontare il mondo esterno. Per usare le parole del produttore Mark Tinker, «è stata la prima serie televisiva a ritrarre fedelmente uno sport; ma più che una serie sul basket, era una serie sul concetto di “pesce fuori d’acqua”». Pesce fuor d’acqua il coach in mezzo a quegli studenti, e pesci fuori d’acqua gli studenti al di fuori delle mura della palestra in cui giocano.
Per sviluppare al meglio questo concetto non si potevano ignorare i problemi che quei ragazzi avrebbero affrontato nella realtà, perché quelli erano i problemi che gli spettatori vedevano e affrontavano giorno dopo giorno nella loro vita. Entro i limiti imposti dal codice di autocensura del network e dal formato allora in auge delle puntate autoconclusive da 50 minuti, Time Out non svicolò mai su alcuna tematica, affrontandole sempre in maniera diretta e spesso drammatica nonostante il tono tutto sommato leggero che la serie aveva nel suo complesso. Ma non solo: Time Out fu anche la prima serie televisiva con un cast in maggioranza nero ad andare in onda in prima serata e una delle prime ad affidarsi a registi di colore. Non è un caso che nel 1997 il sindacato dei registi statunitensi decise di premiare Bruce Paltrow con il primo Diversity Award per l’impegno profuso nel creare opportunità professionali per gli appartenenti a minoranze etniche sui set di Time Out e del successivo A cuore aperto.

Time Out ebbe un enorme impatto sugli spettatori statunitensi, per nulla abituati a sentirsi raccontare dalla tv di finzione storie di quel genere e ancor meno abituati a vedere in tv quel tipo di personaggi. Divenne una serie di culto amata dai fan del basket come dagli adolescenti delle periferie e non solo, ma non arrivò mai a ottenere un successo davvero grande forse proprio perché il pubblico non era ancora pronto a una serie come quella. Dopo due stagioni di alto livello artistico, nella terza il cast subì molti cambiamenti, il basket ebbe meno spazio e la forza delle trame si annacquò sempre di più. Alla fine la CBS decise di cancellare la serie dopo la 15a puntata, privando così la storia di una conclusione vera e propria. Ma se ancora oggi la gente saluta Ken Howard chiamandolo “coach”, è chiaro che la serie è ancora nei cuori di molti.


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4 commenti

  1. Chundy /

    “nei cuori di molti”, fra cui sicuramente il mio.
    Fa piacere scoprire di non essere l’unico a ricordare la gioia con cui aspettavo di vederne gli episodi.
    Peccato che – credo – non la rivedrò mai più…mi sembra impossibile da recuperare.
    Ma grazie per averne scritto.

    • In italiano probabilmente no, però esistono i DVD in lingua originale di tutte e tre le stagioni. Su play.com si trovano ancora i primi due cofanetti a prezzo decente.

  2. Danillo Bellini /

    Ho avuto occasione di seguire la serie televisiva “The White Shadow”
    in USA dal 1979 al 1981 mentre mi trovavo là per lavoro e devo dire che mi piaceva moltissimo. In tutti questi anni tutte le volte che io e mia moglie vedevamo Ken Howard nei film o in TV lo chiamavamo ancora coach come dice l’articolo.
    Oggi ho saputo che è deceduto.
    Addio coach…

    • Sì, un paio di giorni fa. Non era neanche troppo anziano. Howard ha avuto una carriera cinematografica lunga ma quasi sempre in ruoli minimi. Ma non c’è dubbio che gli spettatori di White Shadow l’abbiano sempre guardato con affetto. Peccato che le varie tv che stanno dedicando spazio ai telefilm del passato non siamo mai andate a ripescare questo.

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