Time flies like an arrow...

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1 feb 2012

…fruit flies like a banana. (Groucho Marx)

Le persone che lavorano per il cinema o la televisione devono fare spesso i conti con una serie di luoghi comuni, più e meno fondati, che affollano la mente di chi invece è unicamente spettatore di sala o da telecomando. Dopo aver esplorato un altro universo venerato e disprezzato al tempo stesso con la Casa Bianca di The West Wing, Aaron Sorkin rischia moltissimo affrontando proprio questa dimensione, il suo stesso mondo. Il viaggio è difficile per molti motivi, e il risultato spacca la critica tra chi ne fa un oggetto di culto e chi ne prende le distanze. Come nei migliori sketch, però, bisogna seguire un certo setup per poter apprezzare la chiusa, così per cogliere la triste ironia dell’esperienza di Studio 60 on the Sunset Strip bisogna considerare la televisione in cui si inserisce.

Il teatro è, in ogni senso, quello di uno spettacolo comico e di varietà in onda da diversi anni: lo Studio 60 on the Sunset Strip. Uno show colto nel suo momento più basso, quando le imposizioni della rete hanno tolto a comici e autori ogni residuo di brillantezza, audacia e intelligenza. All’ennesima censura di uno sketch ritenuto potenzialmente controverso, lo storico head writer del programma interrompe la diretta e si lancia in una lunga invettiva contro la rete stessa e lo stato penoso in cui, per paura e avidità, ha ridotto il programma. Inutile dire che la sfuriata provoca il suo immediato licenziamento e il bisogno di trovare un rimpiazzo. La dirigente del settore intrattenimento (Amanda Peet) impone così l’assunzione di due ex discepoli dello stesso Mendell (Matthew Perry e Bradley Whitford), già allontanati dal programma in passato perché in aperto contrasto con la politica editoriale della rete. I due si trovano davanti una situazione decisamente difficile, se non ostile: tutti quanti li tengono sotto osservazione, dai comici di maggior successo ai responsabili del network, e per la prima volta sono al timone di quello stesso show che li ha visti crescere…

Tutto, in questa splendida e sfortunata serie punta a restituire un’immagine positiva, talvolta perfino idealizzata, delle diverse personalità artistiche al lavoro su uno show che ricorda da vicino il classico Saturday Night Live. Una galleria di personaggi suddivisi in gruppi fra produttori, attori e le diverse maestranze, in conflitto tra loro e allo stesso tempo uniti verso l’obiettivo di dare ogni venerdì sera lo spettacolo migliore possibile sotto tutti i punti di vista, come se non esistesse nessun altro lavoro possibile, come se non si dovesse ricominciare tutto da capo la settimana dopo. Una grande e complessa macchina, sempre al lavoro, un’occasione, pienamente colta, per mostrare perché possa valere la pena lavorare in questo settore.

Sorkin, autore di quasi tutti gli episodi, osserva ogni volta lo Studio 60 e le vite di chi ci lavora con respiri e dinamiche diversi, ma tenendo fede a delle caratteristiche di fondo quanto mai azzeccate: dialoghi frenetici e arguti, personaggi in continuo movimento che vengono inseguiti da una steadicam magistrale, il continuo confronto tra il mondo protetto del teatro di posa e quello esterno.
In un ottimo cast, a brillare sono soprattutto le splendide prove di Bradley Whitford e di un Matthew Perry mai così bravo. In una serie così ricca di personaggi e di storie, i due protagonisti maschili riescono sempre a imporsi su tutto il resto e a rimettere in discussione qualsiasi stereotipo. Matthew Albie e Danny Tripp appaiono come due autentiche rockstar nel mondo di Studio 60, perché sono i migliori nel loro lavoro, ma appena la diretta finisce, i fantasmi si fanno vivi ed entrambi devono fare i conti con tutte le loro fragilità. Nel resto del cast, vale la pena di citare una sorprendente Amanda Peet, Timothy Busfield (altro attore fedele di Sorkin oltre a Whitford), e una memorabile apparizione di John Goodman nel doppio episodio The Nevada Day.

Come detto in apertura, le reazioni della critica sono contrastanti: qualcuno considera la serie come uno migliori affreschi metatelevisivi mai realizzati, mentre altri imputano a Sorkin di dedicarsi troppo agli intrecci personali e sentimentali, tralasciando problemi che nella realtà avrebbero un peso molto maggiore. In particolare, va detto, questa seconda posizione viene sostenuta anche da chi in quel periodo (2006) lavorava al Saturday Night Live, lo storico programma di varietà cui è ispirato lo Studio 60.
Per quel che riguarda il pubblico, gli ascolti sono stati tutt’altro che esaltanti, complici due fattori fondamentali: una struttura molto mutevole, con una marcata trama orizzontale, e il contemporaneo debutto, sempre su NBC, di 30 Rock, sitcom sugli stessi temi ma estremamente più facile da seguire e legata alla singola gag. La serie di Tina Fey si rivela essere molto più economica e redditizia di Studio 60, di cui viene preannunciata la cancellazione a circa metà stagione. La messa in onda viene così interrotta per permettere la scrittura di un ciclo di puntate finali strettamente collegate tra loro, ovvero il triplo episodio K & R, in cui tutti i conflitti irrisolti e le contraddizioni dei personaggi vengono portati all’esasperazione in un’unica, lunghissima notte. Se il modo in cui problemi passati e presenti si incrociano è magistrale, a quest’ultima fase manca un po’ l’equilibrio fra vita personale e lavorativa che aveva fatto la felicità della prima parte di stagione. Un equilibrio che fortunatamente viene recuperato nell’ottimo finale What Kind of Day Has It Been.

Jordan McDeere, la dirigente interpretata da Amanda Peet ha modo di dire in uno dei primi episodi una cosa molto importante, ovvero che chi guarda la televisione non è più stupido di chi la fa. Eppure, una serie scritta in modo meraviglioso, ben interpretata e girata ancora meglio non riscuote un successo di pubblico sufficiente a mandarla in onda per più di una stagione. L’emittente che acquista i diritti in Italia la manda in onda alle 2:00 di notte, non sia mai che qualcuno la veda e apprezzi. Viene dunque spontaneo chiedersi quale sia il significato di quest’esperienza: Aaron Sorkin si è sbagliato, quando ha scritto quella battuta, oppure la realtà l’ha addirittura sorpassato?


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2 commenti

  1. matteo /

    Serie meravigliosa, ma introvabile, nemmeno in dvd, consigli?

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