A un passo dal cielo?

A un passo dal cielo?

10 apr 2011

Dopo tre stagioni di Boris, è ormai impossibile non guardare le serie e prodotti tv italiani – soprattutto RAI – senza provare un perverso brivido di piacere punitivo. Specialmente quando nessuno fa uno sforzo per migliorare il prodotto, o quantomeno per rendere invisibili i meccanismi – filmici e produttivi – svelati dalla serie con Francesco Pannofino. Così, assistere alla prémière di Un passo dal cielo, nuovo prodotto targato LuxVide con Terence Hill, è un viaggio tra il goliardico involontario e il deprimente.

Ambientata in Val Pusteria, la serie racconta di Pietro, una guardia forestale dal passato tragico, solitario e saggio, che aiuta la polizia, specialmente il nuovo arrivato Vincenzo, napoletano dal difficile adattamento. Il primo episodio, Lo spirito del lupo, racconta di un lupo che ha ucciso una ragazza: ma le indagini riveleranno un’altra verità; la seconda, Il fantasma del mulino, racconta invece del fantasma di un bambino che vaga per il paese e del rapimento del figlio di un costruttore.

Serie creata e scritta da Salvatore Basile, Francesca De Michelis, Enrico Oldoini, Mario Ruggeri e Andrea Valagussa, diretta da Oldoini, prodotta per RaiUno in 12 puntate da 50 minuti trasmesse per sei serate da domenica 10 aprile: un poliziesco alpino ambientato in montagna demodé fin dalla sigla, musica (di Pino Donaggio) à la Bonanza e immagini da vecchio serial anni ’70.

Cardine centrale della serie è il personaggio di Pietro, un Don Matteo con la divisa da forestale che pare un incrocio tra San Francesco, il dottor Doolittle e il gran Mogol delle Giovani Marmotte, che scolpisce il legno come fosse il Gibbs di NCIS e che fronteggerà il proprio doloroso passato (la moglie è morta in cordata con lui) solo quando avrà finito di intagliare una croce: la cattolicissima LuxVide non va mai per il sottile coi simbolismi e Oldoini esonda di buoni sentimenti e correttezza animalista nel tentativo di dare spessore a un meccanismo logoro. Ma i personaggi non hanno sfumature, solo caratterizzazioni (comiche o liriche a seconda del bisogno), la regia è priva – come in tutti i prodotti del genere – di ritmo e suspense, paga del bozzetto e della bella fotografia di Stefano Ricciotti, e Terence Hill è ingessato e ridicolo, immobile nello sguardo e nel corpo, spesso dotato di controfigura nelle scene d’azione. Un po’ meglio gli altri e la confezione, ma non siamo affatto lontani da scempiaggini stile Gli occhi del cuore.


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2 commenti

  1. Your confused opinion comes through as an abundance of arrogance. It appears the popularity of the show has reached around the world and dribbling unkind words have little impact. In other words, as far as Terence Hill fans are concerned…you do not matter.

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