221B Baker Street. Today.

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25 mag 2011

Ma ce n’era davvero bisogno? Questa è la prima domanda che sorgeva spontanea all’idea di una nuova serie televisiva dedicata a Sherlock Holmes. Il detective creato sul finire dell’800 da Sir Arthur Conan Doyle, secondo alcune stime è il personaggio letterario in assoluto più adattato per il cinema e la televisione, e solo pochi mesi prima della messa in onda di questo prodotto da parte della BBC usciva nelle sale una nuova versione firmata da Guy Ritchie. Senza contare che la figura del dottor Gregory House rappresenta un’altra incarnazione molto fedele, seppure in un ambito medico prima che investigativo, e va in onda ormai da diversi anni.

Il rischio di sovraesposizione del personaggio – e quindi di un rifiuto in blocco dell’idea da parte del pubblico – era concreto, eppure le tre puntate di questa prima stagione sono state un successo davvero notevole, tanto da farne mettere in cantiere altre tre per la prossima annata. Il formato è quello della serata piena, con episodi da circa 90′, veri e propri film uniti dalla presenza degli storici protagonisti, ma gli elementi tradizionali finiscono qui. Le avventure dei coinquilini Sherlock Holmes, consulente investigativo della polizia di Londra, e John Watson, medico militare e fedele compagno d’avventure, sono state spostate dagli autori Mark Gatiss e Steven Moffat nel 2010, in un mondo che si muove a una velocità decisamente superiore e ha visto oltre un secolo di progressi rispetto al racconto poliziesco tradizionale.
L’estetica e i ritmi del racconto sono quindi contemporanei, si rifanno a tutto il mondo C.S.I., ma concentrando le capacità che là sono di un’intera squadra in un singolo personaggio, che solo in casi strettamente necessari fa appello alla propria spalla.
Un personaggio quasi infallibile, la cui genialità presenta però dei grossi limiti, come la spiccata incapacità a mantenere rapporti umani o una certa tendenza all’arroganza e all’imprudenza. In questi spazi acquista volume la figura di Watson, come in origine autentico punto di vista per lo spettatore su un universo in realtà chiuso tra Holmes e i suoi antagonisti. I tratti caratteristici e proverbiali dei due non trovano nella società attuale gli stessi freni presenti all’epoca di Conan Doyle, e sono quindi liberi di esprimersi all’ennesima potenza, mostrando Holmes come un autentico sociopatico e approfondendo la difficoltà di Watson ad adattarsi alla sua nuova vita. Applausi a Benedict Cumberbatch tanto quanto a Martin Freeman: ci voleva una certa dose di coraggio e inventiva per riportare sullo schermo due figure di questo calibro.

Il primo episodio, A Study in Pink, è anche il migliore dei tre, un ottimo esordio che riesce a bilanciare al meglio l’introduzione alle vite dei protagonisti con una trama d’indagine ben strutturata e ricca di colpi di scena brillanti. Un grande peso lo gioca anche la regia di Paul McGuigan (che ha poi diretto anche il terzo episodio), agile ed efficace nella resa delle scene più tradizionalmente crime come in un perfetto dosaggio della computer graphic, non invasiva ma del tutto intrecciata alla storia.
Dopo questa promessa delle potenzialità della serie, il secondo episodio, The Blind Banker, può essere spiazzante, poiché il forsennato ritmo del primo viene almeno temporaneamente diminuito in favore dell’introduzione di una linea sentimentale per Watson, e la storia dell’indagine è appena meno interessante, ma si rimane comunque su livelli qualitativi molto alti, anche con un cambio sceneggiatore e regista.
Infine The Great Game recupera l’iniziale spirito aggressivo e cerebrale, alzando anzi il livello della posta ed evitando quasi del tutto un meccanismo molto prevedibile. Gli autori decidono infatti di inserire già da questo terzo episodio il personaggio di Moriarty, doppio e nemesi di Holmes, ed inscenano la prevedibile partita a scacchi tra i due, ma tengono il principale antagonista nascosto per quasi tutto il tempo, rendendo splendidamente il suo essere inafferrabile e spietato. L’episodio regge bene una tensione molto alta fin dall’inizio, con la profanazione della tana stessa di Holmes, segno che il tempo di giocare sta già finendo.
E così, senza la minima pietà, si arriva dritti al mancato epilogo del terzo episodio, risolto con un cliffangher davvero potente, che lascia lo spettatore nella disperata attesa di una seconda stagione della stessa durata, prevista per l’autunno 2011. Forse è vero che nessuno sentiva il bisogno di una nuova edizione di Sherlock Holmes, ma era prima di vedere questi tre gioiellini.


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