Uno mas

Uno mas

24 feb 2011

Dei tanti motivi che possono portare un ex pugile a interrompere il proprio ritiro e tornare sul ring, quelli economici sono i più tristi. E purtroppo anche i più frequenti. È proprio questo che capita al protagonista di Lights Out, campione del mondo dei pesi massimi ridotto sull’orlo della bancarotta 5 anni dopo aver appeso i guantoni al chiodo. Creata da Justin Zackham e prodotta tra gli altri da Clark Johnson (regista di S.W.A.T. e The Sentinel dopo essere stato tra i protagonisti di Homicide), la serie gira attorno al mondo della boxe presentandone l’aspetto meno glamour – quello degli allenamenti nelle piccole palestre di quartiere – ma perdendo di realismo di puntata in puntata.

E’ evidente fin dal pilot che quello che gli autori hanno in mente non è una serie sul pugilato, ma una serie che utilizza il pugilato come sfondo. Lights Out è un dramma familiare con punte di splendida ironia, diretto quasi sempre in maniera elegante, con personaggi interessanti e dotato di dialoghi davvero ben scritti. Non è solo un lungo cammino verso il ritorno sul ring, ma è soprattutto un lungo inferno da un errore all’altro, fuori dal ring. La storia procede in maniera molto naturale lungo gli argomenti che più interessano gli autori, senza inizialmente cercare colpi ad effetto né forzature. Questa lentezza è forse un errore, perché checché ne dicano autori e produttori, il forte calo sistematico di spettatori che ogni nuova serie paga tra la prima e la seconda puntata dipende proprio dall’incapacità della storia di arrivare al punto, conservando così la fiducia del pubblico. In questo caso specifico, però, c’era poco da conservare, visto che Lights Out – come molte altre serie di ambientazione sportiva – è stata snobbata dagli spettatori fin dall’inizio, non riuscendo mai ad arrivare neanche a un milione e mezzo di spettatori e ritrovandosi a quota 700.000 due mesi e mezzo dopo l’esordio. FX sembra però avere tutte le intenzioni di proseguire la programmazione fino a fine stagione, perché è comunque un’ottima manovra pubblicitaria mantenere in onda una serie adorata dalla critica.

E c’erano tutte le ragioni per adorare Lights Out, che sembrava essere forse la miglior nuova serie del 2011. Con il passare degli episodi, però, la storia si è fatta più confusa e sempre meno realistica, per via dell’eccessiva discesa nel mondo criminale del protagonista (il bravo Holt McCallany). Hanno iniziato ad assumere più importanza lo stereotipato personaggio del padre (Stacy Keach) e le figlie scritte malissimo, si è fatta eccessiva leva sul rapporto con la moglie e si è dato spazio a due antagonisti troppo maneggioni. Eppure ci sono ancora barlumi di grandezza, scintille che rendono la storia interessante e la sorte del protagonista degna di essere seguita. Ma sono in pochi a farlo, sempre di meno. E la speranza di questi pochi è che gli autori non cerchino con troppa insistenza di limitare l’emorragia di spettatori con scelte mal consigliate, preferendo tornare a camminare sulla strada da loro tracciata inizialmente, consci di dover dare alla loro creatura un finale degno dei suoi esordi.


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