A sportellate nella giungla

A sportellate nella giungla

12 mar 2011

In occasione della presentazione di Scusate il ritardo, il mai troppo compianto Massimo Troisi si dichiarava ansioso di sbagliare il secondo film, com’è nelle previsioni e nelle prevenzioni di pubblico e critica, per poi concentrarsi sul terzo. È un classico: quando l’esordio avviene con il botto, novanta volte su cento la seconda prova è considerata non all’altezza della precedente. Anche Ricky Gervais, pochi giorni prima della messa in onda di Extras, aveva rilasciato la seguente dichiarazione: «sarà definita come la deludente seconda prova di quelli che hanno fatto The Office». Se Troisi, nel 1982, aveva lasciato in eredità una delle commedie più brillanti del decennio, anche Ricky Gervais, a dispetto delle dichiarazioni autoironiche e scaramantiche, aveva centra in pieno il colpo. Gli ascolti raggiungono esattamente il doppio della media della rete inglese BBC2, ottiene una candidatura agli Emmy nella categoria commedia e spinge la rete che produce (assieme a HBO) a proporre a Gervais la realizzazione di una seconda stagione. Il tutto con sole sei puntate all’attivo. Che però bastano e avanzano, dato che anche The Office era strutturata in stagioni brevi e fulminanti. E alla banalità della frase «il secondo disco è sempre il più difficile nella carriera di un artista», ironico ritornello targato Caparezza che funziona sostituendo a “disco” qualsiasi altro parto della creatività umana, val la pena di aggiungerne una seconda: «squadra che vince non si cambia». Che, come ogni banalità, è una sacrosanta verità. A creare Extras assieme a Gervais c’è infatti Stephen Merchant, già “associato a delinquere” nell’invenzione delle serie ambientata in un ufficio che ha dato notorietà internazionale al “dinamico duo”.

Ma che cos’è Extras? È presto detto. Intanto la traduzione aiuta ad arrivare al concetto cardine della serie: con “extras”, infatti, nel cinema e nella televisione vengono indicate le comparse. Fa tristemente parte della categoria Andy Millman, protagonista delle agrodolci vicende narrate nella serie. Andy (cui dà volto e voce lo stesso Gervais) ha grandi ambizioni ma una vita miserrima, una carriera avvilente e una situazione economica sempre prossima al tracollo. Accanto a lui c’è l’amica Maggie Jacobs, dal forte accento scozzese e totale frana in amore, una donna sull’orlo di una crisi di nervi brillantemente caratterizzata da Ashley Jensen (la Christina McKinney di Ugly Betty).
Ogni episodio è girato su un differente set e ha un ospite di primissimo piano che interpreta se stesso, o meglio la grottesca parodia di se stesso. Andy e Maggie, infatti, si trovano in ogni episodio a fare le comparse in un film diverso, interpretato o diretto da una star di prima grandezza. Tanto per capire il livello, nella prima serie si avvicendano Ross Kemp (interprete della popolare soap EastEnders), Vinnie Jones e Les Dennis. Tre nomi che forse dicono poco, e allora ecco i quattro assi: Samuel L. Jackson, Patrick Stewart, Ben Stiller e Kate Winslet. Gervais e Stiller si “scambieranno il favore” nell’esordio hollywoodiano di quest’ultimo (in cui l’attore statunitense è protagonista), il film Una notte al museo.

Trasmessa per la prima volta nel Regno Unito il 21 luglio del 2005, la serie mostra il protagonista alle prese innanzitutto con il suo agente, un totale idiota il cui nome viene rivelato soltanto al termine della prima stagione. E poi combattuto tra chilometriche e spesso vane attese al casting, VIP ignobilmente altezzosi, eccentrici e prevaricatori, nonché biechi trucchi per ottenere un lavoro, anche minimo, che permetta di sbarcare il lunario e farsi avanti a sportellate in questa giungla. L’ironia di Gervais e Merchant, come sa chi ha seguito il The Office britannico, non fa prigionieri, non ha tabù né mezze misure. Basti, a capire il livello, questa frase pronunciata dalla Winslet sul set di un film che affronta il difficile tema della Shoah: «Ho deciso di accettare questo ruolo perché dopo quattro nomination all’Oscar e nessuna statuetta non ne posso più. Si sa: l’Olocausto è un tema vincente». È però proprio grazie alla sua ferocia che Gervais si è ritagliato in breve tempo un posto d’onore tra le star del piccolo e del grande schermo. Una carriera decisamente migliore di quella di Andy Millman. Ma è lecito pensare che qualcosa di autobiografico ci sia, in Extras. Gervais non si può infatti certo definire un enfant prodige: nato nel 1961, ha cominciato a far parlare di sé nella seconda metà degli anni Novanta. Prima le ha provate tutte, cominciando come frontman del gruppo new romantic noto come Seona Dancing. Risultato: due singoli all’attivo e scarso successo, scioglimento nel 1985, anno in cui uno dei due brani, “More to lose”, va forte nelle Filippine. Sembra surreale, paradossale, demenziale, ma probabilmente è tutto logico, nell’illogico “Gervais style”. Il non ancora attore si adatta quindi a fare il manager della band (non ancora famosa) dei Suede. Lo si sente poi come speaker alla radio. Ed è il mestiere che gli cambia la vita, visto che qui conosce Merchant, con il quale forma una coppia di autori geniale e rodata.

Grazie a The Office Gervais aveva ottenuto un potere contrattuale inimmaginabile, cosa che gli ha permesso di figurare, in Extras, come autore, attore, produttore e spesso regista. Una fama che fa dire a Madonna, nel corso di un’intervista al Live8: «Sono molto contenta di essere qui, soprattutto perché ho potuto conoscere il mio comico preferito: Ricky Gervais». Ma forse non è nemmeno questo il segno del successo. Non è neanche l’apparizione in un serial di successo come Alias, né l’aver dato la voce al piccione protagonista del cartone animato Valiant. Ma neanche aver pubblicato due libri comici per bambini, Flanimals e More flanimals, e aver iniziato una carriera attoriale a Hollywood. No: la vera consacrazione, per lui come per molte altre star, è quella di poter vantare un’apparizione in un episodio dei Simpson. E di non dover rimanere ancorato a un’idea che vende per rimanere sulla cresta dell’onda, come probabilmente farebbe il pavido Millman. La dimostrazione? Dopo una seconda stagione, che conferma gli ottimi ascolti della prima, Gervais e Merchant decidono di chiudere la serie quando ancora è popolarissima.


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