Dentro e fuori da Fox River

Dentro e fuori da Fox River

5 feb 2011

Il genere della grande evasione non è certo una novità, in campo cinematografico. Gli esempi sono numerosissimi, e spesso anche appassionanti. Il problema fondamentale di una serie televisiva che riprenda questo modello classico sta nella difficoltà di mantenere un livello di tensione sufficientemente alto per così tanti episodi. Gli autori di Prison Break ci sono riusciti? La risposta è sicuramente sì per quel che riguarda la prima stagione, mentre per le successive è giusto avere qualche riserva.

Il soggetto della serie e le sceneggiature dei singoli episodi della prima annata sono solidi quanto basta, a differenza di quanto è avvenuto in seguito, e il dispiegarsi dell’elaborato piano di Michael Scofield si rivelerà davvero appassionante, a partire dall’idea del tatuaggio. Il protagonista, infatti, non potendo memorizzare tutte le cifre e i dettagli necessari all’evasione da Fox River, decide di tatuarsi sulle braccia e su tutto il torace un imponente disegno dai tratti gotici e satanici, che nasconde al suo interno i numeri di serie, i nomi, le formule chimiche e altre informazioni fondamentali. Questa e altre idee riescono a creare una curiosità iniziale e mantenere vivo l’interesse per tutta la durata della prima stagione, complice anche lo sfruttamento di un efficace cliffangher al termine di quasi tutti gli episodi.

Gran parte della forza della serie è portata dai numerosi personaggi introdotti a fianco dei due protagonisti. Anche se la storia principale è strettamente legata, soprattutto all’inizio, alla vicenda personale dei due fratelli e della cospirazione che viene tessuta intorno a loro, essi sono continuamente costretti a cercare aiuto da o a scontrarsi con gli altri detenuti e le guardie intorno a loro. Queste figure spesso non raggiungono una grande profondità di scrittura, e anche le storie personali di molti di loro sono piuttosto scadenti, ma nel loro essere figure strumentali per la narrazione incarnano caratteri e figure facilmente identificabili e collocabili in un universo ben definito. Per certi versi, la loro prevedibilità è la loro stessa forza: gli autori giocano molto su ciò che il pubblico si aspetta da personaggi dichiaratamente adiuvanti la missione come Sucre o Veronica, antagonisti come Bellick e T-Bag, e perfino una figura estranea e indecisa come quella di Sara Tancredi viene sfruttata per dare al pubblico più soddisfazione che sorpresa.

Nella prima stagione, il lavoro principale è fatto sull’azione stessa, tanto che è possibile schematizzare il meccanismo di un episodio medio in modo piuttosto semplice, quasi come fosse un vero e proprio dramma procedurale:

  • Michael pone a se stesso e ai suoi alleati del momento un obiettivo per portare avanti il piano d’evasione, o è costretto a risolvere una complicazione verificatasi in precedenza.
  • I detenuti studiano un modo per realizzare quell’obiettivo e cominciano a lavorarci.
  • Le guardie, la sfortuna o un detenuto che si mette di traverso complicano la situazione e ostacolano il raggiungimento dell’obiettivo di puntata.
  • Uno dei componenti la squadra, di solito lo stesso Michael, arriva a una soluzione per risolvere il problema o aggirarlo.
  • Si compie un passo avanti verso l’evasione o si pone una complicazione che sarà di ostacolo per la trama generale della stagione.

Alla prima stagione ne seguono altre tre, con risultati alterni in termini di qualità e identificabili con il problema di fondo della stagione: la latitanza dopo l’evasione da Fox River e la caccia ai fuggiaschi, la nuova evasione dal penitenziario di Sona, la definitiva lotta ai responsabili della cospirazione e la definitiva conquista della libertà.
La seconda stagione si colloca un gradino sotto la prima, poiché la trama generale collegata alla latitanza dei protagonisti risulta più debole e meno appassionante che in precedenza, e la suddivisione in così tanto episodi (22) è molto meno giustificata, indebolendo la forza degli stessi. Ma quest’arco narrativo si segnala anche per l’introduzione del personaggio di Alexander Mahone, l’agente FBI specializzato proprio nella caccia ai detenuti, che nel primo episodio viene incaricato di scovare gli otto uomini evasi da Fox River in una sequenza che si configura come un’ottima apertura di stagione, inquadrando perfettamente la new entry e quella che sarà la tematica ossessiva degli episodi successivi. Il personaggio – peraltro ottimamente interpretato da William Fichtner – viene posto come il primo antagonista davvero allo stesso livello intellettuale e di determinazione del Michael Scofield di Wentworth Miller, la sua autentica nemesi, dando vita a una sfida senza quartiere che è il vero nocciolo della stagione e la tiene in piedi meglio di altre idee comunque valide. Emblematico, a questo proposito, l’ottimo finale di stagione, in cui sia Michael sia Alex vengono incastrati e incarcerati nel penitenziario di Sona.
Realizzata nell’annata dello sciopero degli sceneggiatori, la terza stagione rappresenta un mezzo passo falso per la serie nel suo complesso. Troppo poche le scelte davvero indovinate o sorprendenti, per cui l’evasione da Sona di Michael e dei pochi altri personaggi qui rinchiusi appare come una brutta copia, quasi in piccolo, della grande fuga da Fox River. Per quanto sia vero che la stagione ha avuto il problema di essere stata interrotta dallo sciopero al tredicesimo episodio, costringendo gli autori a un finale fatto in fretta e furia, non si intravedono nemmeno grandi sviluppi che avrebbero permesso una prosecuzione ancora giocata dentro l’ambientazione principale di Sona. Nemmeno le due nuove entrate in teoria più significative nel cast – i personaggi di Whistler e Gretchen – riscuotono particolare interesse, allineandosi sul profilo di antagonisti di mezza tacca. Senza contare che l’ambiente di Sona è descritto in modo superficiale e gli altri personaggi di contorno sono davvero irritanti.
Percepita l’aria di stanchezza che aleggia intorno alla storia principale, e nonostante gli ascolti continuassero ad essere incoraggianti, gli autori decidono che la quarta stagione sarà l’ultima. È chiaro fin dal riuscito ma macchinoso primo episodio come questa sarà la stagione in cui si verrà a capo della lotta senza quartiere tra i fratelli e la Compagnia, la misteriosa organizzazione clandestina che ha manovrato gli avversari dei protagonisti e che ora appare finalmente allo scoperto. Nell’apertura di stagione un agente della Sicurezza Nazionale raduna, promettendo loro la libertà, tutti i personaggi in fuga cui la Compagnia ha tentato di rovinare la vita, formando così una vera e propria squadra dei protagonisti delle serie precedenti. Quest’idea del team-up, già intrigante di per sé in quanto interrompe il frustrante meccanismo per cui i protagonisti si scontrano fra loro mentre il loro comune nemico ne guadagna, è affiancata a una svolta di genere: dall’evasione più classica si passa alla grande e complessa rapina, in questo caso di una serie di schede informatiche contenenti dati di grande importanza. Questa prima metà della stagione si rivela quindi ottima, mentre nella seconda purtroppo si torna a giochetti di tradimenti e alleanze già abusati in precedenza. Neanche il rientro in scena di vecchi personaggi dice moltissimo, anche se la conclusione del cerchio complessivo è comunque piuttosto valida e in linea con quanto ci si poteva aspettare.

In conclusione, Prison Break è una serie d’azione girata in modo più che discreto, anche se molto legata all’affezione per i personaggi e i loro macchinosi piani. Un buon prodotto, che mantiene un livello medio/buono per tutta la prima stagione, cui manca però una vera capacità di innovare i suoi meccanismi interni senza diventare ripetitiva e annoiare chi non impazzisce per il genere o per i protagonisti di questa serie.

fosse

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