Sei anni in un secondo

Sei anni in un secondo

24 gen 2011

Aver partecipato. L’importante, alla fine, forse è solo questo. Sono state realizzate serie migliori di Lost; scritte, recitate e dirette meglio. Eppure Lost, e lo si nota di più ogni giorno che passa dopo la sua chiusura, è stata la serie televisiva più importante della storia della televisione. Quando l’occhio di Jack Shepard si è aperto per la prima volta, osservando la giungla di bambù, il mezzo televisivo è cambiato per sempre. Il vero errore sarebbe quello di valutare Lost come una semplice serie televisiva e non per quello che realmente è, ovvero la prima pietra miliare di una nuova era della comunicazione crossmediale. Non prendere in considerazione questo elemento significa depotenziare l’intero progetto. Nessuna serie di fantascienza (anzi: nessuna serie, punto) era stata così rielaborata, twittata, bloggata, facebookata, discussa e teorizzata da milioni e milioni di persone.

Lost ha cambiato il mezzo con il quale si fruiva di un contenuto televisivo (dalla tv a internet al mobile), ha stravolto i parametri distributivi (anche grazie all’eroico contributo dei tanti appassionati che hanno realizzato i sottotitoli, costringendo le reti a messe in onda più ravvicinate e in lingua originale), ha reso il pubblico partecipe ed elemento attivo della storia. Già solo per questo merita un posto nel “paradiso delle serie tv”, perché nessun’altra ha raggiunto questi risultati. Ed è davvero un peccato che nel corso degli anni alcuni spettatori abbiano perso di vista il senso ultimo del progetto, limitandosi ad aspettare risposte alle domande, manco si avesse di fronte una FAQ incompleta.

Per comprendere Lost è necessario andare oltre la sceneggiatura – peraltro ottima – e cercare tra tutte le infinite metafore, sfumature, idee e suggerimenti proposte dai realizzatori. Idee di regia, meravigliose e toccanti partiture sonore, eccelsi dialoghi, splendide caratterizzazioni di alcuni personaggi (uno su tutti? Sawyer). Questa è la forza di una serie, non certo il sapere o non sapere perché c’è un tempio o a quando risalgono i resti del cadavere X o Y. Il valore di Lost sarà ulteriormente rivalutato nel corso degli anni, quando tutti coloro che in questi anni non l’hanno visto lo cominceranno, perché i temi che tratta sono universali: amore, odio, vendetta, speranza, morte, vita. Del resto, c’è chi guarda il dito e chi la luna, e i primi sono sempre più numerosi dei secondi.

Molti fan sono rimasti – peraltro giustamente, da un certo punto di vista – sconcertati dal finale della serie. Le domande. Le domande sono rimaste senza risposta. Avevano (hanno e avranno) ragione a essere inviperiti? Lost ha funzionato alla stragrande pure quando non c’erano domande da farsi, come durante la prima stagione, e soprattutto quando non sono state date le risposte (la seconda). Gli autori hanno sviluppato una storia che poteva prendere qualsiasi direzione. Forse alla fine ha preso quella sbagliata, ma poco importa.

Ci sono molti miti da sfatare sulla creazione di Lost ed il fatto che J.J. Abrams e compagnia avessero già tutto in testa. Sicuramente gli autori avevano la certezza di presentare i personaggi in una data situazione, iniziare la serie in un certo modo e sapere come chiuderla sia dal punto di vista narrativo che tecnico, ma viste le difficoltà affrontate Lost ha retto la barra coerentemente per due stagioni. Poi ci sono stati: lo sciopero degli sceneggiatori, un grande turnover di scrittori e pressioni di vario genere per spingere in una direzione piuttosto che in un’altra. La verità non la sapremo mai o forse affiorerà tra qualche anno, anche perché, qualsiasi sarà il prossimo lavoro di Lindelof, da ora fino alla sua morte dovrà sempre rispondere a domande su Lost. In ogni caso, Lost sarà ricordata come una delle migliori serie di ogni tempo, in quanto formidabile sintesi di una serie ineguagliata di elementi di eccellenza.


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