L'uomo che uscì dalla doccia

L'uomo che uscì dalla doccia

12 lug 2011

La doccia più famosa del grande schermo? Quella di Psyco, ovvio e banale. La più celebre della tv, invece? Probabilmente quella da cui ricompare Bobby Ewing, con motivazioni discutibili, nel 1986 in Dallas. Solo un anno prima Patrick Duffy aveva deciso di abbandonare la serie. Per gli sceneggiatori, costretti a spiegare la scomparsa del personaggio, la soluzione è la solita: il fratello del cattivissimo J.R. è morto. Solo che, a pochi mesi di distanza dalla scelta, Duffy torna sui suoi passi. E così, in una scena che passerà alla storia, gli spettatori vedono la moglie di Bobby, Pamela, svegliarsi, andare sotto la doccia e sentire la voce del marito. E quindi? E quindi la spiegazione è di quelle che insegnano a non usare alla primissima lezione di ogni corso di scrittura che si rispetti: «era tutto un sogno!». Soluzione quantomeno improbabile. E all’insegna dell’improbabile si snoda in effetti buona parte della carriera di Duffy.

Certo non è proprio verosimile lo spunto di partenza di Una bionda per papà, la sit-com familiare cui l’attore si dedica dal 1991, anno della fine di Dallas, fino al 1998. Carol Foster e Frank Lambert si conoscono in vacanza in Giamaica e lì si sposano. E fin qui siamo nel campo del difficile, ma del colpo di testa che alla fine ci può anche stare. L’improbabile è dovuto al fatto che i due convolano a giuste nozze nonostante le reciproche famiglie già abbastanza articolate: lei vedova, lui divorziato, i due hanno tre figli a testa. Al ritorno nel Wisconsin, la vita di questi “otto sotto un tetto”” (altra serie, assieme a Gli amici di papà, prodotta dagli stessi Thomas Miller e Robert Boyett di Una bionda per papà) cambia ovviamente in maniera radicale. I figli di Lambert vengono portati nell’abitazione di Carol, a Port Washington, dove oltre ai figli di lei abitano anche un porcellino e, tra i nuovi ospiti, una tarantola. E non sono gli abitanti più strani di quella magione: Dana (Staci Keanan), è cervellotica e dotata di una pignoleria rara (in realtà ereditata dal DNA materno); Karen (Angela Watson), è tanto bella quanto vanitosa; Mark (Christopher Castile), il più piccolo, è intelligente e con vocazione da suonatore d’oboe. Frank invece porta in dote il quattordicenne J.T. (Brandon Cali), il meno entusiasta della nuova situazione familiare, appassionato di donne “belle e stupide”; Alicia detta Al (Christine Lakin), sempre in compagnia del suo cucciolo di ragno; il piccolo Brendan (Josh Byrne). Convivenza difficilissima, se si tiene conto, oltre a tutte le variabili sopra esposte, del fatto che Carol ha uno stile piuttosto conservatore e ingessato, mentre il suo nuovo marito è disordinata e casual.

Ma nella vita reale, com’è invece la famiglia di Patrick G. Duffy? Molto più lineare. L’attore nasce il 14 marzo del 1949 a Townsend, nel Montana. È il più giovane dei due figli di Terrance e Marie. Da giovane ha l’ambizione di diventare un atleta, ma a scuola prova ad entrare nel Professional Actors Training Program dell’Università di  Washington, a Seattle, ed è uno dei dodici accettati. Questo gli fa capire che forse c’è davvero del talento da coltivare. In quegli anni incontra Carlyn Rosser, ballerina della First Chamber Dance Company di New York. I due si sposano in un tempio buddista nel 1974. Duffy pratica infatti in maniera attiva il Buddismo Nichiren, la qual cosa gli attira anche delle critiche in occasione di un lutto familiare. Il 19 novembre del 1986, infatti, i suoi genitori vengono barbaramente uccisi nel corso di una rapina presso il bar da loro gestito nel Montana. Gli autori dell’omicidio, Kenneth Miller e Sean Wentz, all’epoca adolescenti, vengono condannati a centottanta anni di prigione. Eppure, nonostante tutto, Duffy si mostra estremamente sereno. Agli organi di stampa, sbigottiti da questa pace interiore di fronte a un lutto di tale portata, risponde che la conversione dal cattolicesimo al buddismo gli ha donato una fede fortissima, che gli dà la convinzione che i genitori hanno raggiunto un posto migliore.

In effetti la serenità e la tenacia sembrano davvero una costante di quest’uomo che, dopo il matrimonio, fa l’autista di camion di fiori e occasionalmente l’attore, in attesa del ruolo che possa dargli la garanzia di potersi dedicare totalmente alla recitazione. Il primo ruolo di un certo rilievo è quello di Mark Harris, protagonista di L’uomo di Atlantide, telefilm di fantascienza di breve durata che ricorda piuttosto da vicino il fumetto della Marvel Namor The Sub-Mariner. Sono solo diciassette episodi, trasmessi nella stagione 1977/78 (in Italia su TeleMilano/Canale 5 nel 1980), ma la repentina interruzione è un toccasana per la carriera di Duffy, perché gli permette di aggiudicarsi il ruolo di Bobby in Dallas. Insomma, siamo di fronte a uno dei pochi attori televisivi famosi per diverse parti e non legati a un solo personaggio, nonostante sia ovviamente ricordato soprattutto per i molti anni passati tra i pozzi di petrolio (tanto che riprenderà il ruolo nel sequel dell’anno prossimo). Un attore che si può ancora permettere, nel nuovo millennio, di essere credibile nella parte di Stephen Logan, l’anziano padre di Brooke in Beautiful. Certo, ammesso e non concesso che possa essere credibile un attore di Beautiful


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