Tre uomini e l'età che avanza

Tre uomini e l'età che avanza

16 giu 2011

Quando investi un opossum, la cosa più umana da fare è mettere la retro e investirlo di nuovo per essere sicuro che sia morto. È una delle tante perle “filosofiche” che Joe Tranelli regala ai suoi due migliori amici e ai telespettatori di Men of a Certain Age, che è in pratica una sit-com agrodolce ricca di dialoghi particolarmente brillanti e costruita intorno a tre personaggi ottimamente disegnati. Come suggerisce il titolo, tre uomini di una certa età: il proprietario di un negozio di articoli per feste, separato dalla moglie e scommettitore accanito; il figlio del proprietario di un salone di auto usate, felicemente sposato ma oppresso dall’ombra del padre ex giocatore NBA; un attore di scarso successo che ama dormire fino a tardi e cambiare spesso fidanzata, scegliendola sempre almeno diec’anni più giovane di lui. Tre personaggi che si dividono quasi equamente il tempo scenico e l’attenzione del pubblico, alternandosi al centro delle singole puntate ma lasciando sempre la prima sequenza a Ray Romano (privilegi dell’essere sceneggiatore e produttore della serie…). Tre personaggi interpretati magnificamente da tre ottimi e versatili attori: Ray Romano (Tutti amano Raymond, il mammut de L’era glaciale), Andre Braugher (premiato con l’Emmy per Homicide e Thief) e Scott Bakula (Quantum Leap, Enterprise).

La serie – che si compone di stagioni brevi, all’inglese – gira intorno all’inabilità dei tre protagonisti di affrontare l’età che avanza, i 50 che sono ormai a un passo. Soprattutto, però, racconta la loro continua lotta contro la propria natura. Che è poi forse la stessa cosa: per tutta la vita sono stati un certo tipo di persone, ma a una certa età arriva il momento di cambiare, per scelta o per necessità. O entrambe. Se Joe (Romano) cerca di smettere di scommettere, Owen (Braugher) prova a farsi un nome che non sia solo quello di suo padre e Terry (Bakula) tenta di rimettere sulla giusta strada non solo la sua carriera ma anche la sua vita sentimentale. E i tre riescono effettivamente a cambiare le cose, anche se solo parzialmente, anche perché la serie non può essere sempre uguale a se stessa pur se la sostanziale immutabilità delle cose è la base su cui poggia l’idea stessa di sit-com.
All’inizio della seconda stagione, dunque, alcune delle carte in tavola cambiano, ma nulla cambia realmente perché il passato riaffiora sempre. In questo senso è molto intelligente la scelta degli autori di fare spesso riferimenti a eventi accaduti nel corso della prima stagione, cosa che dà alla serie una continuity inedita per questo genere di prodotti. Continuity che si ritrova anche dal punto di vista registico, perché nonostante i molti nomi che hanno diretto le singole puntate, la serie ha una coerenza visuale che dimostra quanto attentamente sia stata costruita.

Il difetto più grande di Men of a Certain Age, in fase di scrittura, è la poca attenzione riservata al rapporto che Owen e Joe hanno coi figli. Se sono infatti ben disegnati e sviluppati i problemi che i tre protagonisti hanno con genitori e fratelli, il rapporto tra Joe e i suoi figli viene affrontato solo di rado e quello di Owen con i suoi è praticamente inesistente. E in una serie comica ma comunque attenta e a volte persino drammatica come questa, è una cosa che lascia perplessi. D’altra parte quasi tutti i personaggi di supporto risultano monodimensionali, ma sono gestiti in modo da poter essere approfonditi quando serve e la cosa, tra l’altro, permette a Lisa Gay Hamilton di brillare nel ruolo della moglie di Owen e al personaggio dell’allibratore di Joe di dar vita a momenti divertenti come ad altri invece toccanti. Come risultato la serie ha sempre ottenuto ottime critiche ed è arrivata persino a ricevere il Peabody Award, che nonostante la pubblicità di Emmy e Golden Globe è il premio radiotelevisivo più importante degli Stati Uniti. Pienamente meritato.


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